Dei resistenti al male

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Chi voglia indagare le radici spirituali del comunismo e del nazismo, farebbe bene a consultare, sui fascicoli settembre-ottobre e novembre-dicembre 2001 (n°29 e n°30) della rivista Kairòs, l’articolo di Sergiei Prokofieff, intitolato: Il bolscevismo come principio di iniziazione al male, e, sul fascicolo luglio-agosto 2001 (n°4) della rivista Antroposofia, il saggio di Andrea Franco intitolato: Antroposofia e Nazionalsocialismo – Sintomi storici della guerra occulta.
In proposito ci sembra tuttavia necessario fare alcune considerazioni (relative soprattutto al saggio di Franco), pur nella consapevolezza – come dice Steiner – “che chi vede i problemi può in sostanza dire sempre e soltanto delle cose che in definitiva sono scomode per tutti gli uomini di oggi, di sinistra o di destra” (Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici – Antroposofica, Milano 1974, p.250).
Franco e Prokofieff, ad esempio, parlano di “bolscevismo”, e non di “comunismo”, seguendo così (presumibilmente) l’esempio di Steiner. Ma Steiner poteva farlo poiché parlava negli stessi anni della rivoluzione d’Ottobre, mentre noi non possiamo più farlo poichè rischieremmo, altrimenti, di far credere che tale “principio di iniziazione al male” abbia operato esclusivamente in quel tempo, in quello spazio e nelle sole vicende legate ai nomi di Lenin e Stalin.
In ogni caso, ambedue rilevano, tanto dietro il fenomeno più luciferico del nazionalsocialismo, quanto dietro quello più arimanico del bolscevismo, l’attività spirituale – come scrive Franco – di “un potere più vasto e terribile: quello della Bestia a Due Corna” (p.43) o del Demone Solare.
Sul piano storico, invece, il prodursi di entrambi i fenomeni viene messo in rapporto soprattutto con “ambienti dell’esoterismo tibetano” da Prokofieff, con ben determinate “logge anglofone” o, più in generale, con l'”americanismo”da Franco.
E’ possibile affermare – scrive ad esempio il secondo – che “la vittoria alleata nel secondo conflitto del secolo abbia avuto la stessa funzione dell’arabismo nei confronti dell’impulso antisolare di Jundhi Shapur” (p.65).
“Si conosce correttamente il Maomettanesimo – sostiene però Steiner – solamente se si sa, oltre al resto, che esso era destinato a rendere ottusa la sapienza gnostica di Gondishapur, a toglierle la sua forza tentatrice, fortemente arimanica, che (essa) avrebbe altrimenti esercitato sull’umanità” (cit. in: I retroscena del 666 – Novalis, Milano 2001, pp.69-70). Ciò significa, dunque, che all'”impulso antisolare di Jundhi Shapur”, cioè a dire a un impulso di carattere prevalentemente arimanico, si oppose l’Islam religioso (e non l'”arabismo” filosofico o scientifico), cioè a dire un impulso di carattere prevalentemente luciferico, mentre al nazismo, di stampo soprattutto luciferico, si sono opposti, nel corso della seconda guerra mondiale, l’americanismo e il comunismo, di stampo soprattutto arimanico.
Questo non vuol dire, tuttavia, che l’impulso americano e quello comunista possano essere messi sullo stesso piano. ” Si rifletta infatti – ammette lo stesso Franco – che nonostante gli orrori, le catastrofi interiori ed esteriori, la progressiva calata nella barbarie ipertecnologica, il mondo nato con la vittoria alleata del 1945 è ancora un mondo ove è possibile l’evoluzione michaelita dell’anima cosciente” (p.65).
Ma perché questa è possibile? E’ possibile perché l’impulso americano è arimanicamente individualistico, mentre quello comunista è arimanicamente collettivistico.
“Nessuno può diventare un Io – ricorda infatti Scaligero (citato più volte da Franco) – se prima non è stato un ego”. L’impulso americano promuove dunque l’ego, ma ne avversa l’evoluzione (nella direzione del Sè spirituale), mentre quello comunista avversa l’ego, ma ne promuove l’involuzione (nella direzione dell’io animale o di gruppo). In senso psicodinamico, si potrebbe perciò dire che l’impulso americano genera una “fissazione” (della coscienza dell’Io allo stato di ego), mentre quello comunista genera una “regressione” (dalla coscienza dell’Io allo stato di ego a quella animale o di gruppo).
La “regressione” generata dal comunismo si presenta però come un “progresso” (e i suoi fautori come dei “progressisti”). E’ interessante notare, infatti, che mentre il nazismo, e oggi il radicalismo islamico, promuovono una regressione “antimoderna” di carattere mistico, spiritualistico o religioso, il comunismo ne promuove una di carattere intellettualistico, scientistico e materialistico. Si tratta dunque di un impulso che lotta contro la “modernità” rifacendosi, non al passato o alla tradizione, bensì ad alcuni dei caratteri della modernità stessa, avulsi però da quel centro o da quell’ego che di quest’ultima è il frutto più importante. In altre parole, il nazismo, e oggi il radicalismo islamico, rigettano l’ego e la modernità, mentre il comunismo rigetta l’ego, ma conserva la modernità. Una modernità avulsa dall’ego, non è però una vera modernità, bensì una menzogna o una finzione.
Scrive Franco: “Nell’analisi occulta che Rudolf Steiner fa del bolscevismo risulta che, come quasi sempre avviene, le forze dell’Ostacolo agiscono mescolandosi e lottando, “collaborando” e “sbranandosi” in un continuo alternarsi di patti e “contropatti”” (p.43).
Orbene, mai come nel comunismo tale “collaborazione” appare più intensa, incisiva e, per ciò stesso, ingannevole e pericolosa (in quanto più profondamente orchestrata dal Demone solare).
Nel confronto tra il materialismo individualistico dell’americanismo e quello collettivistico del comunismo, è possibile osservare, ad esempio, che il primo, essendo fondamentalmente “pratico” (utilitaristico o pragmatico), è davvero “fisico” (e quindi “moderno”), mentre il secondo, essendo fondamentalmente “teorico” (ideologico o intellettuale), è in realtà “metafisico” (e quindi “antico”). Si consideri che solo tenendo conto di questo aspetto si può capire il perché il comunismo sia apparso, agli osservatori più attenti, una “fede” o una paradossale “religione atea” (avente nell’Unione Sovietica la sua “Chiesa madre”). “Né fede né scienza, l’ideologia è piuttosto la confusione dell’una e dell’altra, – osserva, ad esempio, Adriano dell’Asta (citando F.Rouleau) – “una corruzione della scienza e della fede. Una corruzione della scienza da parte della fede, ma anche una corruzione della fede da parte della scienza. Si tratta in effetti di una scienza che esige un atto di fede e di una religione che pretende di essere una scienza””(Berdjaev e l’ideologia in La critica al marxismo in Russia agli inizi del secolo – Jaca Book, Milano 1991, pp.46-47).
Abbiamo ritenuto opportuno rilevare queste cose in quanto Franco, pur sforzandosi di trattare con equanimità la questione, non riesce a non far trasparire, in alcuni giudizi, una simpatia politica per la sinistra. Prima sottolinea, ad esempio, che “Hitler mise, rispetto a Stalin, qualcosa di più”, vale a dire “un’insaziabile, smisurata volontà di distruzione fisica” (p.43), quasi che i circa cento milioni di morti prodotti dal comunismo fossero frutto di qualcosa di meno di tale volontà; poi giudica i gulag sovietici meno efferati degli stalager nazisti poiché i primi – dice – erano finalizzati, seppure in modo schiavistico, allo sviluppo “economico” e al “controllo sociale”, mentre i secondi erano finalizzati “esclusivamente all’assassinio” degli ebrei, applicando così, di fatto, la logica del “fine che giustifica i mezzi” (p.45 e 60); poi ancora, per quanto riguarda l’Italia, allude “ritualmente” (o in modo “politicamente corretto”) all’accavallarsi “di ogni genere di trame, generalmente orchestrate dal binomio CIA-NATO” (p.99); e infine, cosa invero singolare, si mostra preoccupato per la presenza in Austria di Haider (assegnandole addirittura un valore “sintomatologico” – p.90), proprio nel momento in cui il mondo occidentale ed europeo stava invece per subire, con l’attentato dell’undici settembre, l’aggressione del terrorismo islamico.
Comprendiamo – ci si creda – tale stato d’animo, ma siamo al tempo stesso convinti che sia il pensiero a dover muovere la simpatia, e non la simpatia a dover muovere il pensiero. In questo secondo caso, infatti, si finisce col dimenticare che una cosa è la sinistra “spirituale”, altra la sinistra “politica”, e che quest’ultima è spiritualmente “sinistra”, ma non “di sinistra”.
Allorché Franco prende poi a parlare del cosiddetto “popolo di Seattle”, la stessa simpatia così gli fa scrivere: “Una consapevolezza, sia pure talvolta del tutto istintuale e scarsamente elaborata concettualmente, che è peraltro alla base di un altro fondamentale evento del 1999, sintomatico quanto pochi altri: alludiamo a quella che si può definire la rivolta della Società Civile contro il WTO iniziatasi a Seattle” (p.101).
Ci siamo già occupati, in alcune delle nostre note precedenti, del cosiddetto “popolo di Seattle” e non staremo pertanto a ripeterci (anche se, per evitare fraintendimenti, suggeriremmo di dare un’occhiata almeno a quelle del 13 marzo, del 21 giugno e del 13 luglio, intitolate rispettivamente: C’è un solo “male”; Essere di “questo mondo” o “da Dio”; e I cittadini globali). Specialmente dopo i “fatti di Genova” (ma non solo di Genova), appare comunque “eufemistico” il sostenere – com’egli fa – che la “consapevolezza” che anima questo movimento (ch’è ben lontano, oltretutto, dal rappresentare la “Società Civile”) è “talvolta” (sic!) istintuale e “scarsamente elaborata concettualmente”.
Egli ricorda, giustamente, che non pochi intellettuali (quali, ad esempio, Carl Schmitt, Martin Heidegger, Ernst Junger e C.G.Jung) furono più o meno sedotti, a suo tempo, da Hitler. Scrive appunto: “Il caso di C.G.Jung – che fra l’altro ammetterà, nel dopoguerra, di essere “scivolato” – è importante perché rivela un tipico errore, commesso da molti, che videro nel nazionalsocialismo solamente la sua qualità di “nemico” del bolscevismo che essi giustamente aborrivano” (p.42).
Ebbene, non vorremmo che il medesimo errore venisse oggi ripetuto da chi vede nel “popolo di Seattle” soltanto “la sua qualità di “nemico”” dell’americanismo (e da chi continua perciò a credere che si possa essere “fratelli” o “compagni” perché si odia lo stesso nemico). Sarebbe utile peraltro ricordare, a questo proposito, quanto affermato da Berdjaev (già nel 1918): “La parvenza ingannevole della santità rivoluzionaria fu inviata al popolo russo per tentare e provare le sue energie spirituali e i russi non ressero alla prova: sinceramente affascinati dallo spirito rivoluzionario, essi non vedono la realtà, non discernono gli spiriti, le immagini ingannevoli, menzognere e duplicantesi li affascinano e seducono. Le seduzioni, la morale, la santità dell’Anticristo, conquistano e trascinano l’uomo russo” (Gli spiriti della rivoluzione russa in Dal profondo – Jaca Book, Milano 1971, p.91).
Che ci sia questo rischio, potrebbero confermarlo queste ulteriori affermazioni di Franco: “Gli eventi di Seattle sono stati illuminanti perché hanno mostrato come, nel mondo globalizzato, possa per l’appunto esistere al di là del predominio economico e della politica ad esso asservita un terzo elemento culturale e spirituale che intende rivendicare la piena libertà di espressione. Esso rifiuta di sottostare al diktat del cosiddetto mercato, avendo compreso che il liberismo ed il culto della finanza altro non sono che maschere dell’americanismo. Certo il mondo dei manifestanti di Seattle è un universo composito, in cui si trovano non solo i lucidi e fattivi membri delle varie organizzazioni non-governative ed ecologiste ma anche ex-hippies, ex-comunisti, seguaci della New Age, punk, rasta, occultisti, ufologi, vegetariani, ecc.: ma è questo il variopinto arcipelago delle anime che sentono il peso di quella barbarie ipertecnologica che rischia di far perdere all’uomo lo stato umano, come già scriveva negli anni ’70 Massimo Scaligero, sicuramente uno dei più lucidi ed autorevoli continuatori di Rudolf Steiner. I cinquecentomila di Seattle hanno mostrato che esiste quindi un magmatico universo di resistenti al male” (pp.101-102).
Qui però si dimentica che anche il comunismo, il fascismo e il nazismo si sono affacciati sulla scena della storia quali movimenti anti-capitalistici e anti-borghesi decisi ad affrancare l’uomo dal “diktat del cosiddetto mercato, avendo compreso che il liberismo ed il culto della finanza altro non sono che maschere dell’americanismo”.
Il Novecento avrebbe dovuto quindi insegnarci che nessuno può presumere di essere perché resiste (“resisto, dunque sono”), o di stare dalla parte del “bene”, per il solo fatto di patire o denunciare il “male” (essendo queste – come si dice – “condizioni necessarie, ma non sufficienti”).
L'”arcipelago” animico che Franco definisce “variopinto”, e nel quale – a suo dire – si troverebbero i “lucidi e fattivi membri delle organizzazioni non-govenative ed ecologiste”, altro non è dunque che un “arcipelago” psichico in cui si riverbera il caos ideale del nostro tempo e in cui purtroppo dominano, come sempre, istanze emotive e istintive.
“Dal punto di vista della psicologia di massa – osserva al riguardo – si può dire che non ci sia manifestazione collettiva contemporanea, dall’ansia borsistica, al fanatismo per i campioni sportivi (divenuti ormai farmacie ambulanti per assecondare la corsa al record), dalla ricerca di wellness e fitness alla mania dei giganteschi raduni musicali o pseudoreligiosi, che non mostri i caratteri dell’assenza di discernimento e della rinuncia a qualsiasi tentativo di pensiero cosciente, sostituito dall’inebriato scivolamento nella medianità istintuale” (p.100).
D’accordo, ma se non c’è “manifestazione collettiva contemporanea” che, “dal punto di vista della psicologia di massa”, non scivoli “nella medianità istintuale”, che dire allora delle adunate, dei raduni o delle marce dei “no-global”?
“Sforzatevi – afferma il Vangelo (Lc -13,24) – di entrare per la porta stretta…”. Ebbene, non è di certo attraverso questa porta che passano i cosiddetti “movimenti di massa”.
Sarebbe perciò tempo di finirla con il culto (senziente) della “piazza”. “Uno da solo è un uomo, – dice addirittura Peter Rosegger (citato spesso da Steiner) – parecchi sono gente, molti sono bestie” (La caduta degli spiriti delle tenebre – Antroposofica, Milano 1997, p.92). In “piazza”, infatti, non si pensa né si agisce, bensì si sogna, ci si agita e ci si dimena, facendo così il gioco delle forze che si vorrebbe contrastare. Ogni Drago – si sa – ha un punto vulnerabile: chi intenda vincerlo deve perciò avere anzitutto la pazienza di scoprirlo, e poi quella di munirsi dell’arma atta a colpirlo (dice infatti Steiner: “Oggi l’umanità deve limitarsi a conoscere in modo nuovo, in modo conforme alla scienza dello spirito, prima di poter agire in modo conforme alla scienza dello spirito stessa” – Impulsi evolutivi interiori dell’umanità – Goethe e la crisi del secolo XIX., Antroposofica, Milano 1976, p.183). Non si può quindi “resistere” al “male”, né tantomeno guarirlo, se non lo si sa diagnosticare (ancora Steiner, nel 1917, così appunto ammoniva: “L’ordine sorgerà dal caos attuale solo quando si comprenderà da che cosa proviene il caos” – La caduta degli spiriti delle tenebre, p.139).
Gli orrori “terapeutici” del comunismo, del fascismo e del nazismo non sono stati forse il risultato dei loro errori “diagnostici”? E non sono stati proprio tali orrori ed errori ad aver ridato gran fiato al liberismo?
Anche il comunismo, il fascismo e il nazismo – non lo si dimentichi – prediligevano la “piazza”, ma la prediligevano proprio in quanto amavano le “masse”, le “frasi fatte”, gli slogans e odiavano l’individuo e il libero pensare.
Col “senno del poi”, del resto, è facile analizzare tali movimenti (anche se l’analisi di quello comunista incontra tuttora degli ostacoli) e mettere in luce le forze anti-umane che li ispiravano. Difficile, al contrario, è analizzare e mettere in luce quanto accade oggi, sotto i nostri occhi. Sarebbe invero tragico, perciò, che – soprattutto coloro che si richiamano all’insegnamento di Steiner – si lasciassero contagiare, seppur minimamente, dalla “peste ideologica” (di qualsivoglia colore) e fossero pertanto pronti a discernere le passate ispirazioni del Demone solare, ma non le presenti.
Non a caso, Steiner – come ricorda opportunamente Franco – già nel 1920 (tredici anni prima, dunque, della nomina a cancelliere di Hitler e dell'”emergere della Bestia a Due Corna” – p.72) “espresse il timore di una Germania prossimo regno dell’assassinio” (pp.71-72), e preconizzò, con oltre settant’anni di anticipo, il crollo del regime sovietico.
Concordiamo comunque con Franco allorché giudica importante “la missione della scienza spirituale in America” (p.108) e, in chiusura delle sue “Considerazioni Introduttive Sul Tema “Americanismo””, scrive: “E’ evidente che molte cose in futuro dipenderanno da quanto gli impulsi verso la triarticolazione potranno fluire nella vita sociale della Terra giunta ormai a quel punto critico che Rudolf Steiner previde nel 1924, parlando del bivio fra “culminazione spirituale” e “scivolare del mondo verso la barbarie”, ed è parimenti evidente che una parte fondamentale in questa vicenda sarà giocata proprio dalla possibilità di risveglio spirituale della migliore America e dalla sua capacità di far divenire coscientemente vissuto il legame col proprio Arcangelo e con lo Spirito del Tempo, Michael” (p.20).
Poiché Steiner sottolinea, tuttavia, che “la soluzione può consistere soltanto in un virile e non piccino ingresso nel severo mondo dello spirito” (Risposte della scienza dello spirito a problemi sociali e pedagogici, p.234), riteniamo ben poco probabile che, quali rappresentanti della “migliore America”, ai nomi di “Thoreau, Melville, Emerson e Wright”, si possano affiancare – come propone Franco – quelli di “Bob Dylan, Neil Young, Paul Simon e Bruce Springsteen” (p.20).

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Di Francesco Giorgi
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