La vita autentica

L

Ci siamo già occupati, alcuni anni fa, di Vito Mancuso (1). Torniamo adesso a occuparcene, dopo aver letto La vita autentica (2).
Nel frattempo, Mancuso è diventato un autore di successo: si tratta infatti di un teologo che piace (e al quale abbiamo l’impressione che non dispiaccia piacere), vuoi perché è laico, vuoi perché appare, come si usa dire, “spregiudicato” (ma al giorno d’oggi basta sostenere che due più due fa cinque – tanto chi si dà pena di controllare – per apparire “spregiudicati” o, come pure si usa dire, “trasgressivi”).
Ma veniamo al dunque.
Afferma Mancuso: “Vero uomo è l’uomo libero”, e l’uomo libero “non obbedisce, pensa” (3). Bene, cominciamo allora a pensare (non solo le cose, ma anche il pensiero).
Scrive: “Una pietra, una pianta, un animale per forza di cose non possono non essere autentici. Possono non esserlo solo per noi, e solo a causa del nostro linguaggio, se diciamo di loro qualcosa che non corrisponde a ciò che realmente sono. L’inautenticità è una creazione tipicamente umana, precisamente del linguaggio umano. Ne viene, di conseguenza, che l’autenticità designa il rapporto tra il nostro linguaggio e la realtà, o meglio tra la nostra mente produttrice del linguaggio e la realtà. La realtà in sé è necessariamente autentica, mentre la nostra rappresentazione di essa mediante il linguaggio, e prima ancora mediante la percezione mentale, necessariamente autentica non è, può essere anche autentica, non di rado lo è (…) Solo l’uomo può essere inautentico, può introdurre la falsità, la menzogna, il raggiro. Non l’uomo in quanto corpo fisico (…) Ma laddove comincia la libertà, a livello di vita psichica (psyché) e soprattutto di vita spirituale (pnéuma), inizia anche la possibilità di essere inautentico. L’autenticità e il suo contrario riguardano l’uso della libertà, in primo luogo il controllo della mente e del linguaggio che ne fuoriesce” (4).
Come si vede, si tratta di passi nei quali è necessario mettere un po’ d’ordine.
Un conto, infatti, è il caso in cui si pensa il vero, ma si dice il falso (e nel quale, quindi, l’inautenticità è una creazione del linguaggio), altro il caso in cui si pensa e si dice il falso (e nel quale, quindi, l’inautenticità è una creazione del pensiero), come ad esempio quello in cui si afferma che l’uomo è una macchina (5), oppure un animale, uno “psicozoo” o un “incidente congelato” (6).
Dice Mancuso che “la realtà in sé è necessariamente autentica, mentre la nostra rappresentazione di essa mediante il linguaggio, e prima ancora mediante la percezione mentale, necessariamente autentica non è…”.
Non ci risulta, tuttavia, che ci si rappresenti la realtà “mediante il linguaggio”, bensì che ce la si rappresenti grazie alla percezione dei sensi e al pensiero, e che si esprima poi tale rappresentazione mediante il linguaggio.
Mancuso, è vero, antepone, al linguaggio, la “percezione mentale”, ma non spiega se questa debba essere intesa come percezione di un contenuto mentale (ideale) o come percezione di un contenuto sensibile (materiale).
Se l’uomo libero non obbedisce, ma pensa, perché dunque uniformarsi (nel contenuto e nella forma) a quel “conscio collettivo” (materialisticamente o spiritualisticamente “corretto”) che, ignorando che l’uomo è costituito di corpo, anima e spirito, non riesce a venire a capo – al contrario di Steiner (7) – dei dinamici e sottili rapporti che intercorrono tra la realtà delle percezioni, la realtà dei concetti e quella delle rappresentazioni?
Dice ancora: “Ma laddove comincia la libertà, a livello di vita psichica (psyché) e soprattutto di vita spirituale (pnéuma), inizia anche la possibilità di essere inautentico”.
Ma dov’è – secondo lui – che finisce la vita psichica e comincia quella spirituale?
La verità è un’altra: “la realtà in sé è necessariamente autentica”, mentre la nostra coscienza della realtà può esserlo o non esserlo.
L’esistenza (necessaria) delle pietre, delle piante e degli animali è infatti immediata espressione della loro essenza (del loro essere “in sé”), mentre l’esistenza (libera) dell’uomo è mediata espressione della coscienza della sua essenza (del suo essere “per sé”).
Che ne consegue? Che l’esistenza dell’uomo è autentica, quando la sua coscienza (il “per sé”) è in accordo con la sua essenza (con l’”in sé”), mentre è inautentica quando l’una è in disaccordo o in contrasto con l’altra.
Va ricordato, però, che una coscienza può essere autentica solo se è autentico il pensiero che la sottende, e ch’è autentico solo quel pensiero “per sé” (quel pensiero umano) ch’è in accordo col pensiero “in sé” (col pensiero divino).
La nostra vita è dunque inautentica perché la realtà esistenziale (“per sé”) del pensiero riflesso (dal cervello fisico) è in disaccordo o in contrasto con la realtà essenziale (“in sé”) del pensiero vivente (del pensiero del cuore), e perché l’ego (il soggetto del pensiero vincolato ai sensi e al cervello) è in disaccordo o in contrasto con l’Io (col soggetto del pensiero del cuore).
Dal momento che tutto ciò Mancuso lo ignora, ecco allora presentarglisi il seguente dilemma: “Autentico, formato sul greco autòs cioè “se stesso”, significa “fedele a se stesso”, ma il paradosso che stiamo mettendo a tema è che proprio dall’interno dell’uomo procedono le insidie e le trappole dell’inautenticità. Proprio ciò a cui devo essere fedele per essere autentico è quanto maggiormente mi spinge verso il narcisismo all’origine dell’inautenticità. Per essere autentico devo essere fedele a me stesso, ma, allo stesso tempo, devo diffidare di me stesso” (8).
Non si metterebbe però a tema alcun paradosso se si realizzasse e si spiegasse che, per essere autentici, si deve essere fedeli all’Io (spirituale) e diffidare dell’ego (psichico).
Afferma ad esempio: “In questa uscita da sé (…) il soggetto non si perde, ma si ritrova a un livello più profondo, e la sua vita si compie, diviene pienamente autentica” (9).
Ebbene, un soggetto (un ego) che, a un livello più profondo, “non si perde, ma si ritrova”, non è appunto un soggetto che, a tale livello, “ritrova” se stesso (la sua essenza spirituale, inabitata dal Logos), e non un qualsiasi altro ente o soggetto (in cui potrebbe soltanto perdersi)?
Insomma, una cosa è il pensiero riflesso che regge l’ordinaria coscienza corporea o psichica dell’Io (quella egoica o egoistica), altra il pensiero vivente che regge la coscienza spirituale dell’Io (e in virtù della quale l’equazione Io = Io equivale in tutto e per tutto all’equazione Io = Noi) (10).
Ma Mancuso non la pensa così. L’Io – dichiara infatti – “esiste in quanto frutto delle sue relazioni. Ovvero: Io = relazione” (11), spiegando che l’Io “è un insieme ordinato di relazioni, particelle che formano atomi, atomi che formano molecole, molecole che formano cellule, cellule che formano tessuti, tessuti che formano organi, organi che formano l’organismo”.
A suo dire, l’Io sarebbe dunque un “insieme ordinato di relazioni” e “frutto delle sue relazioni”. Ma un “insieme ordinato di relazioni” è ancora una “relazione”, o non piuttosto la radice del loro ordine, il seme da cui scaturiscono o il quid che le sovraintende?
La pensa invece così riguardo alla verità. Scrive infatti: “La verità si attinge solo quando si ha a cuore l’intero. Essa non è solo esattezza, ma soprattutto bene e giustizia, cioè saggezza nell’utilizzazione del dato esatto. La verità è molto più che esattezza, perché l’esattezza dice solo un aspetto particolare della realtà. La verità invece è l’intero delle relazioni, e in essa si può entrare solo mediante l’adeguazione della nostra intelligenza e della nostra volontà alla totalità del reale, un’adeguazione che richiede grande intelligenza emotiva e grande umiltà” (12).
Una cosa sarebbe dunque l’Io, altra la verità: il primo sarebbe infatti frutto delle sue relazioni, e quindi un a-posteriori, o un uno che deriva dal molteplice, mentre la seconda, quale “intero delle relazioni”, sarebbe viceversa radice delle relazioni, e quindi un a priori, o un uno dal quale deriva il molteplice (“In principio, era…”).
Ma come si giustifica allora quest’altra affermazione: “I migliori leader non sono coloro che impongono se stessi a dispetto degli altri e contro gli altri, ma coloro che sanno creare sistema, squadra, organizzazione, cioè concerti di relazioni ordinate” (13)? I “leader” non sono forse degli Io? E come potrebbero allora degli Io, quali frutti delle loro relazioni, essere radici “di concerti di relazioni ordinate”?
In tutta modestia (e con sincero imbarazzo), vorremmo ricordare al teologo Mancuso che la verità è soggetto (spirito o Io), e non oggetto (essere, o come preferisce dire lui, “essere-energia”) (14), e ch’è proprio per questo che il Cristo-Gesù afferma: “Io sono la via, la verità e la vita” (Gv 14,6).
“Esiste – scrive ancora – una dimensione dell’essere più grande di quella di questo piccolo Io destinato a finire, una dimensione che i popoli di tutti i tempi hanno intuito e chiamato divino, assegnandovi poi il nome particolare di cui erano capaci, tutti comunque inadeguati” (15).
Sulla scia di quanti credono che l’uomo sia fatto solo di anima e corpo (nonostante si continui a insegnare ch’è fatto a immagine e somiglianza di un Dio Uno e Trino), Mancuso passa dunque direttamente dall’ego al “divino”, saltando a piè pari l’Io umano spirituale (“Replicò loro Gesù: “Non è scritto nella vostra Legge: Io dissi: Voi siete dèi?”” – Gv 10,34).
Ma le nefaste conseguenze della mancata distinzione dell’essere (dell’”essere-energia”) dallo spirito (sintomatica dell’anima razionale-affettiva) (16), e dell’ego (del “piccolo Io destinato a finire”) dall’Io, non finiscono qui.
“La cura di sé – scrive infatti – si consegue più nella linea dell’altruismo che non dell’egoismo. Il bene, in questa prospettiva, non è nulla di straordinario, ma è la realtà più normale e più logica, proviene dall’essere stesso del mondo e coincide con la pienezza della dimensione naturale” (17).
Il fatto di non distinguere l’”essere” del mondo dallo “spirito” del mondo (“Tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui, neppure una delle cose create è stata fatta” – Gv1,3), finisce così con l’indurlo a questa singolare affermazione: “La prospettiva di una logica impersonale al governo del mondo (che la Bibbia chiama sapienza e altre tradizioni spirituali in altro modo) è l’unica, a mio avviso, che riesca a dare conto della complessità del reale, contrassegnato sia dalla presenza di un effettivo governo, come mostra l’evoluzione in quanto crescita dell’organizzazione a livello naturale e storico, sia da un inenarrabile carico di dolore, ingiustizie, assurdità. Nel mondo io vedo una logica, perché una logica c’è, ma la dichiaro impersonale, perché un’attenzione alla singola persona non c’è” (18).
Ma ha forse senso, se non si è in grado di darsi ragione della presenza del male nel mondo, prendersela con il “governo del mondo” (come fa, ad esempio, Ivan Karamazov), e non con se stessi: ossia con i propri limiti di pensiero e di coscienza (19)?
E ha inoltre senso che un teologo cristiano dichiari, come fa Mancuso, non solo che la “sapienza”, cioè la Vergine-Sophia, è “impersonale”, o che non è necessario, per una vita autentica, “credere in un Dio” (20), ma anche che nella logica “impersonale” ch’è nel mondo non c’è attenzione alla singola persona, a dispetto, quindi, vuoi dell’Angelo custode, vuoi di quel Logos (soggetto appunto della logica ch’è nel mondo) che dice: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28,20)?

Note:

1) cfr., Hegel teologo e Il dolore innocente, entrambi del 20 settembre 2002;
2) V.Mancuso: La vita autentica – Raffaello Cortina, Milano 2009;
3) ibid., p. 170;
4) ibid., pp. 79/80/81;
5) cfr., Noterella 13 giugno 2009;
6) cfr., Il cervello, la mente e l’anima, 12 dicembre 2001;
7) cfr., R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966;
8) V.Mancuso: op. cit., pp. 109/110;
9) ibid., pp. 126/127;
10) ibid., p. 151;
11) ibid., p. 151;
12) ibid., p. 119;
13) ibid., p. 159;
14) ibid., p. 109;
15) ibid., p. 135;
16) cfr., Dall’ontologia alla scienza dell’Io, 5 giugno 2006;
17) V.Mancuso: op. cit., pp. 160/161;
18) ibid., p. 164;
19) già in Hegel teologo (20 settembre 2002), avevamo osservato: “Non si tratta di stabilire se il male possa o non possa essere pensato, se abbia o non abbia senso, bensì di scoprire il modo in cui va pensato per poterne disoccultare il senso”;
20) V.Mancuso: op. cit., p. 135.

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Di Francesco Giorgi
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