Massime Antroposofiche
29/30/31

M

29) “Nella conoscenza immaginativa sviluppata agisce quel che vive come animico-spirituale nell’interiorità dell’uomo, quel che nella sua vita lavora al corpo fisico, e che, sulla base di esso, sviluppa l’esistenza umana nel mondo fisico. Al corpo fisico, che sempre da capo si rinnova nel ricambio, si contrappone qui l’essere umano interiore che, perdurando, si evolve in sé dalla nascita (o meglio dalla concezione) fino alla morte: al corpo fisico spaziale, un corpo temporale”.

Vi sarete resi conto, soprattutto sulla base delle massime 26 e 27, che il problema fondamentale della conoscenza è costituito dai diversi gradi o livelli di coscienza: ossia da una realtà che non viene presa quasi mai in considerazione. Bisogna avere chiaro, afferma infatti Steiner, “che oggi non sono ancora molti coloro che conoscono ciò che sempre più andrà diffondendosi nel mondo: la lotta tragica per la conoscenza” (1).
Di recente, ho letto ad esempio un libro (peraltro ottimo) in cui l’autore, Nikolaj Berdjaev, sostiene che “nella macchina è presente la ragione dell’uomo” (2). Il che equivarrebbe più o meno a sostenere che nelle scarpe sono presenti gli uomini, e non soltanto i loro piedi.
Nella macchina, infatti, è presente l’ordinaria ragione rappresentativa, ma non la ragione tout court, poiché questa, come sappiamo, può essere non solo rappresentativa, ma anche immaginativa, ispirata e intuitiva.
La volta scorsa, abbiamo visto che nell’esperienza spirituale “diventa interiore tutto ciò che nella vita quaggiù era mondo esteriore”. Ma che cos’è questo rovesciamento, se non appunto un ribaltamento prospettico della coscienza? Insomma, che il mondo ci appaia esteriore o interiore dipende dal grado di coscienza con cui l’osserviamo e consideriamo.
Ma veniamo alla nostra massima.
Dice Steiner: “Nella conoscenza immaginativa sviluppata agisce quel che vive come animico-spirituale nell’interiorità dell’uomo”.
Dobbiamo dunque distinguere la vita dell’animico-spirituale (la “vita della luce” – come la chiama Scaligero -, quale sua manifestazione eterica) dall’animico-spirituale stesso (che sta al di là della soglia). La prima è sperimentabile dalla coscienza immaginativa, mentre il secondo è sperimentabile dalla coscienza ispirata e da quella intuitiva.
La vita dell’animico-spirituale è processo, divenire o tempo. “Al corpo fisico spaziale”, dice infatti Steiner, si contrappone “un corpo temporale”.
Sulla via della conoscenza, il primo scoglio da superare è pertanto rappresentato dall’idea (arimanica) che la vita sia una “proprietà” della materia, e che sia perciò la materia a muoversi, e non (come sarebbe giusto) a essere mossa.
Questo ostacolo è tutt’altro che casuale, dal momento che la sfera eterica è deputata a mediare o a far da ponte (sensibile-sovrasensibile) tra quella fisica (sensibile) e quella animico-spirituale (sovrasensibile). Quanti vorrebbero impedirci di passare dall’una all’altra, cominciano perciò col far saltare tale ponte, riducendo la realtà della vita a quella della materia, e per ciò stesso l’immaginare al rappresentare (ammonisce però il Vangelo: “Guai a voi, dottori della legge, che avete tolto la chiave della scienza. Voi non siete entrati, e a quelli che volevano entrare l’avete impedito” – Lc 11,52).
Per la fisica classica, ad esempio, esisteva lo spazio ed esisteva il tempo (pur se noto o, per meglio dire, “misurato” mediante lo spazio); per la fisica moderna, invece, lo spazio sarebbe inscindibile dal tempo, e avrebbe carattere quadridimensionale.
Questo, che anche alcuni sedicenti antroposofi (ingenuamente attratti dalla teoria della relatività o dalla meccanica quantistica) ritengono un passo avanti, è in realtà un passo indietro. Un conto, infatti, è superare la realtà dello spazio e quella del tempo, approdando (al di là della soglia) alla realtà della qualità, altro credere di averle superate in virtù di un’astratta congettura (potenziata da contro-forze sub-naturali).
Non si tratta, in altre parole, di passare dalle tre dimensioni della realtà sensibile a una ipotetica (fantomatica) quarta dimensione, bensì di risalire dalla tridimensionalità della coscienza ordinaria alla bidimensionalità di quella immaginativa; da questa, all’unidimensionalità della coscienza ispirata; e, da questa, all’adimensionalità di quella intuitiva.
(Ascoltate quanto dice in proposito Steiner: ”La teoria della relatività è una necessità storica: essa oggi deve esistere, poiché non si riesce a farne a meno, se ci si continua a valere dei concetti che prescindono del tutto dall’uomo. Infatti, volendo conseguire conoscenza del movimento o dello stato di quiete, occorre partecipare all’esperienza di essi: se non vengono sperimentati dall’uomo, perfino il moto e la quiete sono reciprocamente soltanto relativi” [3]; “Se un uomo cammina e un altro è fermo lontano, il primo può dire: sì, certo, dopo tutto è relativo il dire che io mi avvicino oppure che egli si avvicina a me. All’apparenza è la stessa cosa. Sono simili riflessioni che in effetti troviamo anche alla base delle teorie della relatività di Einstein. Tuttavia è possibile in certo modo dare una prova inconfutabile del movimento. La persona cioè che sta ferma non si affatica, quella che cammina risulterà invece affaticata. Questo significa che è possibile, mediante processi interni, dimostrare l’assoluta realtà del movimento. Non esistono altre prove per l’assolutezza del movimento, al di fuori dei processi interni” [4].)
In ogni caso, una cosa è certa: chiunque voglia conoscere il cosiddetto “al di là” non deve far altro che conoscere davvero l’”al di qua”, giacché è penetrando lucidamente nell’essenza dell’”al di qua” che si sfocia lucidamente nell’”al di là”.
Ascoltate ciò che dice ancora Steiner: “Se si crede di apprendere qualcosa di importante sul mondo più attraverso visioni o allucinazioni che non attraverso la percezione dei sensi, allora non si ha veramente comprensione sufficiente per la scienza dello spirito antroposofica” (5).
Tornando a noi, abbiamo dunque un corpo fisico (spaziale) che, grazie al corpo eterico (temporale), non solo vive, ma “sempre da capo si rinnova nel ricambio”.
Al corpo fisico, – dice inoltre Steiner – “si contrappone qui l’essere umano interiore che, perdurando, si evolve in sé dalla nascita (dalla concezione) fino alla morte”.
Ricordate che cosa abbiamo detto la volta scorsa? Che la prima (breve) esperienza del post-mortem è legata alla memoria, e quindi alla vita che, andando per l’appunto “dalla nascita (dalla concezione) fino alla morte”, non si estende, proprio perché “immaginativa”, all’esperienza della vita prenatale, né tantomeno a quella della precedente vita terrena.

30) “Nella conoscenza ispirata vive in immagine ciò che l’essere umano sperimenta in un ambiente spirituale nel periodo fra la morte e una nuova nascita. Lì si manifesta quel che l’uomo è secondo il suo essere in rapporto all’universo, senza il corpo fisico e quello eterico, mediante i quali egli attraversa l’esistenza sulla terra”.

Sapete già che parlando del corpo fisico, parliamo della costituzione (quale realtà statica o morfologica), che parlando del corpo eterico, parliamo del temperamento (quale realtà dinamica o fisiologica), e che parlando del corpo astrale parliamo del carattere (quale realtà qualitativa o animica).
E’ nel carattere, infatti, che si manifesta – come dice Steiner – “quel che l’uomo è secondo il suo essere in rapporto all’universo”.
Ma che cos’è il carattere? E’ una realtà intessuta di pensare, sentire e volere o, come indica Steiner in Metamorfosi della vita dell’anima (6), di anima senziente, anima razionale-affettiva e anima cosciente.
Portato del karma (quale frutto, come abbiamo visto, del lavoro delle Gerarchie) è dunque la costituzione (brevilinea, normolinea o longilinea), portato del karma è il temperamento dominante (melanconico, flemmatico, sanguigno o collerico), e portato del karma è il carattere (introverso o estroverso, astenico o stenico).
Ciò che nell’essere umano è rappresentato dal carattere, nella musica è rappresentato dalla modalità: quella “minore” corrisponde ai caratteri introversi o astenici (quasi sempre sottesi dal temperamento melanconico o flemmatico), mentre quella “maggiore” corrisponde ai caratteri estroversi o stenici (quasi sempre sottesi dal temperamento collerico o sanguigno).
In termini antroposofici, nei caratteri “in minore”, l’Io e il corpo astrale prevalgono sul corpo eterico-fisico (oppure, i nervi sul sangue), mentre nei caratteri “in maggiore”, il corpo eterico-fisico prevale sul corpo astrale e sull’Io (oppure, il sangue sui nervi).
Il carattere, in quanto “insieme” di qualità, portato del karma e frutto del lavoro delle Gerarchie, si prepara nel corso della vita prenatale.
Per questo, si presta a essere indagato dalla coscienza ispirata, ch’è una coscienza soprattutto psicologica, e non dalla coscienza immaginativa, né tantomeno da quella rappresentativa.
La coscienza ispirata arriva però a cogliere la vita prenatale, ma non la precedente vita terrena. Per arrivare a questa bisogna sviluppare la coscienza intuitiva.

31) “Nella conoscenza intuitiva affiora alla coscienza l’influsso di vite terrene precedenti sopra l’attuale. Tali vite terrene precedenti, nella loro ulteriore evoluzione, hanno cancellato i rapporti in cui erano state con il mondo fisico. Sono divenute il nòcciolo puramente spirituale dell’essere dell’uomo e, come tali, agiscono nella vita presente. Perciò sono anche oggetto della conoscenza che si ha quale sviluppo di quella immaginativa e ispirata”.

Vorrei anzitutto ricordare una cosa. Parliamo di pensare, sentire e volere, ma anche di corpo fisico, corpo eterico, corpo astrale e Io. Ebbene, quale rapporto c’è tra i primi e i secondi? Lo spiega Steiner: il pensare si colloca tra il corpo fisico e il corpo eterico; il sentire, tra il corpo eterico e il corpo astrale; il volere, tra il corpo astrale e l’Io.
Come vedete, la forza (animica) più vicina all’Io è quella del volere. Ascoltate quanto dice qui Steiner: “Nella nostra abituale vita di veglia, parliamo del nostro io. Tuttavia, con l’abituale coscienza di veglia possiamo parlare solo in modo alquanto improprio del nostro io. Qual è, in realtà, la natura e l’essenzialità particolare dell’io? Nell’abituale coscienza di veglia non è dato saperlo. Quando la coscienza veggente penetra nella vera essenza dell’io, l’io vero dell’uomo ha una natura paragonabile a quella della volontà” (7).
Per afferrare “l’influsso di vite terrene precedenti sopra l’attuale”, non sono dunque sufficienti la coscienza immaginativa, legata al pensare, e quella ispirata, legata al sentire, ma occorre la coscienza intuitiva, legata appunto al volere.
Teniamo conto, però, che nell’abituale coscienza di veglia non solo non è dato sapere – come dice Steiner – qual è la natura e l’essenzialità particolare dell’Io, ma non è dato nemmeno sapere qual è la natura e l’essenzialità particolare del pensare.
Vi è noto, ad esempio, che uno dei libri di Scaligero è intitolato: Trattato del pensiero vivente. Ebbene, qualcuno potrebbe immaginare che tratti di un qualche “strano” pensiero. Ma il paradosso è che “strano”, semmai, è il pensiero ordinario, e non quello vivente, giacché il pensiero vivente è il pensiero reale, mentre quello ordinario ne è solo l’immagine o l’ombra.
Abituati come siamo, tuttavia, a trafficare con le immagini del reale, potremmo anche arrivare, un giorno, a trovare “strano” il reale: a sorprenderci di più, magari, di fronte a un animale vivo che non a uno impagliato.
Eppure, come una cosa sono i fiumi che scorrono o le piante che crescono, e altra le loro foto o i loro dipinti (in cui i fiumi non scorrono e le piante non crescono), così una cosa è il pensiero reale, quale forza, altra il pensiero riflesso (dal cervello), quale sua spenta immagine.
“Il vero pensare – afferma appunto Scaligero – è logicamente l’essere del pensiero, non legato ad alcun determinato pensiero. Essere conoscibile come pensiero che, facendo di se stesso il suo contenuto, esprime ciò da cui scaturisce: una corrente superiore di vita, presente nel sorgivo darsi di ogni pensiero, tuttavia diversa da quel che ordinariamente si conosce come pensiero” (8).
Dobbiamo dunque arrivare alla coscienza immaginativa per esperire ciò che è davvero il pensare, alla coscienza ispirata per esperire ciò che è davvero il sentire, e alla coscienza intuitiva per esperire ciò che è davvero il volere, e quindi l’Io (quale loro soggetto).
Solo in virtù di questo grado di coscienza è possibile ad esempio distinguere, nell’ambito della volontà, come fa Steiner in Antropologia (9), tra l’istinto, l’inclinazione, la brama, il motivo, l’anelito, il proposito e la risoluzione. Tutte queste sono infatti manifestazioni della volontà sui diversi piani del corpo, dell’anima e dello spirito.
Teniamo anche conto (per prepararci, così, alla prossima massima) che l’istinto, negli animali, modella addirittura il corpo fisico: tant’è che se sapessimo leggerne la forma (al pari di una scrittura) potremmo capire di quale particolare istinto è espressione.
Ciò non vale, naturalmente, per l’uomo.

Note:

1) R.Steiner: Il movimento occulto nel secolo diciannovesimo e il mondo della cultura – Antroposofica, Milano 1993, p. 241;
2) N.Berdjaev: Pensieri controcorrente – La Casa di Matriona, Milano 2007, p. 48;
3) R.Steiner: Nascita e sviluppo storico della scienza – Antroposofica, Milano 1982, p. 111;
4) R.Steiner: Corrispondenze fra microcosmo e macrocosmo – Antroposofica, Milano 1989, p. 85;
5) R.Steiner: Le basi conoscitive e i frutti dell’antroposofia – Antroposofica, Milano 1968, p. 77;
6) cfr. R.Steiner: Metamorfosi della vita dell’anima – Tilopa, Roma 1984;
7) R.Steiner: Azioni di destino dal mondo dei morti – Antroposofica, Milano 2007, p. 93;
8) M.Scaligero: Trattato del pensiero vivente – Feriani, Milano 1961, p. 9;
9) cfr. R.Steiner: Arte dell’educazione, vol. I, Antropologia – Antroposofica, Milano 1993.

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Di Lucio Russo
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