Massime antroposofiche
59/60/61

M

59) “Un’osservazione spassionata del pensare mostra che i pensieri della coscienza solita non hanno un’esistenza propria, che si presentano soltanto come immagini riflesse di qualcosa. L’uomo si sente però vivo nei pensieri. I pensieri non vivono, egli però vive nei pensieri. Questa vita ha origine in entità spirituali che, nel senso della mia Scienza occulta, si possono designare come quelle della terza gerarchia, come un regno spirituale”.

La vita e la realtà del pensiero sono in relazione con la terza Gerarchia (con quella degli Angeli, degli Arcangeli e delle Archài, agenti nel divenire storico-culturale). Non dimentichiamo che la nostra, in tanto è una “via del pensiero”, in quanto il pensiero è l’unica via che può permetterci di ritrovare, lucidamente e liberamente, il vero sentire e il vero volere umani (che sono rispettivamente in relazione col sentire divino o della seconda Gerarchia, e col volere divino o della prima Gerarchia).
Dice Steiner che l’uomo si sente vivo nei pensieri che non vivono. Di questo e del destino ci parlerà anche la prossima lettera. Per ora, la miglior cosa da fare è tornare al celebre cogito cartesiano.
Riflettiamo: che cosa si afferma dicendo, come fa Cartesio: “Cogito, ergo sum”? Si afferma appunto che i pensieri (le rappresentazioni) che abbiamo nella coscienza ordinaria sono morti, ma che non lo è il pensiero che li pensa e li giostra, e ch’è nel movimento, nell’attività e nell’essere di questo pensare che noi stessi agiamo e siamo (dice Steiner: “Noi ci sentiamo personalità perché ci è possibile associare volontariamente un pensiero all’altro”) (1).
Un conto dunque (come aveva intuito Giovanni Gentile) è il pensare, altro i pensati: ed è grazie al pensare (mobile), che muove i pensati (statici), che ci è dato scoprire e sperimentare la nostra stessa vita (se l’Io fosse un “pescatore”, il pensare sarebbe allora il “pescare”, i pensieri o i concetti sarebbero i “pesci vivi”, e i pensati o le rappresentazioni i “pesci pescati” e morti).
Che cosa accadrebbe, infatti, se i pensati fossero vivi? E’ presto detto: che la loro vita oscurerebbe la nostra, così come la luce del Sole oscura, durante il giorno, quella delle stelle.
Che cosa sono dunque i pensati? Sono esseri tramontati (il crepuscolo degli Déi) al fine di far sorgere la luce (la coscienza) umana del pensare insieme al calore umano del volere.
Ci sperimentiamo dunque vivi e attivi pensando i pensati morti: ossia, collegandoli o mettendoli in rapporto tra loro per giudicare e conoscere.
La terza Gerarchia, presente nei pensieri puri, cioè in quei pensieri che sono, al pari di quelli matematici o geometrici, indipendenti dalla percezione sensibile (“Quella che possiamo chiamare ispirazione – dice Steiner – ha inizio già con la sobria e arida matematica”) (2), è attiva pertanto in quella sfera, ordinariamente incosciente, in cui si danno le vive immagini (eteriche), l’attività del giudicare e la realtà dei concetti.
Sappiamo, infatti, ch’è solo nel momento in cui le vive immagini (fluide) si riflettono nello specchio cerebrale (nella corteccia) che sorgono le rappresentazioni o i pensati (solidi) di cui siamo abitualmente coscienti.
Tutto il lavoro cui dobbiamo la formazione dei pensati coscienti è quindi svolto inconsciamente dal pensare con l’ausilio della terza Gerarchia (si noti che abbiamo, da una parte, le immagini, il giudicare e i concetti e, dall’altra, gli Angeli, gli Arcangeli e le Archài).
Ascoltate, al riguardo, quanto scrive Carl Unger: “L’essere della pianta che si solleva al di sopra del minerale forma il suo corpo con il minerale; essa vive sul mondo minerale. Dovrebbe quindi (secondo gli esercizi dati da Rudolf Steiner) chinarsi in devozione verso il minerale poiché ad esso è debitrice della sua esistenza. L’animale vive nello stesso modo basandosi sul regno vegetale; l’uomo vive a sua volta basandosi sul regno animale, e con ciò naturalmente anche sugli altri regni. Chi però vive basandosi sull’uomo? Vi è un punto in cui Rudolf Steiner dice che la disposizione animica che si esprime nella lavanda dei piedi si estende, partendo dall’uomo, alle gerarchie degli esseri spirituali. Sono le entità della terza gerarchia che vivono basandosi sull’uomo; esse guardano a lui come al regno che dà loro la base per la loro esistenza spirituale. I pensieri sono la loro prima dimora nell’uomo. Non i pensieri comuni, ma i pensieri sorti in quanto l’io dell’uomo abbia rivolto il suo corpo astrale verso l’eterno; i pensieri puri sono l’offerta sacrificale dell’uomo alle entità della terza gerarchia; Rudolf Steiner dice a questo proposito che l’uomo del presente fa patire queste entità, fa loro soffrire la fame, ha lasciato guastare il pane sacrificale” (3).

60) “La stessa osservazione spassionata, estesa al sentimento, mostra che i sentimenti sorgono dall’organismo, che però non possono venir prodotti da quest’ultimo, perché la loro vita porta in sé un’essenza indipendente dall’organismo. L’uomo può sentirsi col suo organismo nel mondo naturale. Ma proprio quando fa questo, comprendendo se medesimo, si sentirà col mondo dei suoi sentimenti in un regno spirituale. E’ quello della seconda gerarchia”.

Sappiamo che la separazione del pensare dal volere (cui corrisponde esteriormente quella dei sessi) (4) ha avuto quale prima conseguenza l’alterazione o la corruzione del sentire.
Il nostro abituale sentire è infatti soggettivo o personale, e perciò incapace di rivelarci qualcosa che riguardi la realtà, e non solo noi stessi (“Ah, il disgusto – dice Wotan, nel secondo atto de La Walkiria – di trovar me in ogni cosa!”).
Si è giunti perfino a teorizzare che “non è bello quel ch’è bello, ma è bello quel che piace”. Basterebbe tuttavia osservare la vita naturale degli animali per realizzare che a loro invece piace quel ch’è buono, e che per loro è buono quel ch’è buono. Il loro sentire, quando non sia stato corrotto dall’uomo, è infatti il sentire (spirituale) della specie (di un “Io collettivo”), e quindi una fonte istintiva di “conoscenza”, in grado di guidarli nella scelta dell’habitat, del cibo, del partner, così come nel riconoscimento del pericolo, ecc..
Il nostro abituale sentire, in quanto soggettivo o narcisistico (autoreferenziale), ci esclude invece dal mondo e ci reclude in noi stessi.

Domanda: Dobbiamo quindi diffidare dei nostri sentimenti?
Risposta: Diciamo ch’è imprudente riporvi una fiducia “cieca”. Ciò che non ci piace, ad esempio, non è detto che sia per ciò stesso brutto o cattivo, dal momento che potrebbe essere brutto o cattivo proprio il nostro sentimento.
Fatto si è che dovremmo avere il coraggio di riconoscere che il nostro ordinario sentire non è più in grado ormai di discernere tra ciò ch’è oggettivamente bello, e quindi vero e buono, e ciò ch’è viceversa brutto, e quindi falso e cattivo.
Lo so: il pensiero ordinario è freddo e morto, mentre il sentimento è caldo e vivo, tanto da far preferire a molti la “via” del sentimento.
Lasciate però che vi legga questo passo di Scaligero: “Nell’aridità dell’agnostico pensiero matematico, in effetto brilla una fredda luce, segno inavvertito di una invisibile luce di vita, più prossima alle nitide linee della geometria e della logica formale, che non alle tensioni della psiche yoghica o mistica. Tale pensiero, recato a coscienza e afferrato nella sua incorporeità, si rivela scaturente da una corrente di vita, la cui dynamis è appunto ciò che lo yoga tantrico chiama kundalinî” (5).
Quanti preferiscono la via del sentimento non vogliono dunque far nascere il caldo dal freddo o la vita dalla morte (come insegna il Cristo), giacché trovano più comodo far nascere il caldo dal caldo o la vita dalla vita (come insegna Lucifero).
Teniamo oltretutto conto che certi sentimenti sono ormai “in via di estinzione” (senza nemmeno un WWF che li protegga). Dove stanno più, infatti, la lealtà, la dignità, il pudore, la gratitudine, la devozione, la compassione o la gentilezza e la nobiltà d’animo?
Si sappia, però, che dove non ci sono più questi sentimenti, che sono i veri contenuti dell’anima (“Al cor gentil rempaira sempre amore…”), non c’è più l’anima (Ave), ma quel suo ordinario e infero surrogato ch’è la psiche neuro-fisiologica (Eva).

Dice Steiner, per tornare a noi, che “i sentimenti sorgono dall’organismo, che però non possono venir prodotti da quest’ultimo, perché la loro vita porta in sé un’essenza indipendente dall’organismo”.
Che cosa vuol dire? Vuol dire che “i sentimenti sorgono dall’organismo” così come l’acqua, ad esempio, “sorge” dal rubinetto. Come il pensare, infatti, ha quale veicolo o supporto organico il polo cefalico (in specie il cervello), così il sentire (dal quale dipende – non dimentichiamolo – l’attività del giudicare) ha quale veicolo o supporto organico la sfera mediana o ritmica: ossia una sfera mediante la quale può esprimersi o manifestarsi esteriormente.
Pensate, per dirne solo una, ai fenomeni del riso e del pianto. Si tratta di fenomeni che hanno a che fare, dal punto di vista animico, col sentire e, da quello fisico, con il ritmo respiratorio. Spiega infatti Steiner che il riso interviene per rimediare al prevalere dell’esalazione sull’inalazione, mentre il pianto interviene per rimediare al prevalere dell’inalazione sull’esalazione (6).
Non usiamo forse dire che la gioia “allarga il cuore”, e che il dolore viceversa lo “stringe”? Ebbene, questo “allargare” e questo “stringere” non hanno appunto a che fare con l’inalazione e l’esalazione e con la diastole e la sistole?

61) “Come entità volitiva, l’uomo non si rivolge al proprio organismo, ma al mondo esterno. Quando vuole andare, non chiede: che cosa sento nei miei piedi?, bensì: che mèta c’è là fuori, a cui voglio arrivare? Mentre vuole, dimentica il suo organismo. Nel suo volere non appartiene alla sua natura. Appartiene qui al regno spirituale della prima gerarchia”.

Fate attenzione alla differenza tra la massima 59 e questa. In quella, si dice che, in virtù del pensare, prendiamo coscienza di noi stessi, mentre in questa si dice che, in virtù del volere, prendiamo coscienza del mondo.
Tra queste, c’è la massima 60 in cui si dice che il sentire è deputato a mediare tra la coscienza di sé e la coscienza del mondo.
Potremmo anche dire, però, che il sentire media, come abbiamo visto, tra la coscienza del soggetto (di noi stessi) data dal pensare, e l’esperienza dell’oggetto (del mondo) data dal volere (dal percepire).
Forse ricorderete che quando ci occupammo de La filosofia della libertà vi proposi uno schema in cui l’Io (quello reale, normalmente sconosciuto) stava al centro, tra la sua proiezione cosciente, l’ego, collegato in alto al pensare, e la sua proiezione incosciente, il non-ego, collegato in basso al volere.
Spiegai allora – e raccomando di tenerlo ben presente – che l’ego è l’Io come appare a se stesso quando si guarda nello specchio cerebrale (fisico), mentre il non-ego è l’Io così come viene sperimentato dall’ego: come una sorta cioè di “buco nero”, o come un suo oscuro opposto (che l’ego si rappresenta come una sconosciuta e inconoscibile entità materiale o spirituale: in questo secondo caso, ad esempio, come il “Deus absconditus” di Pascal).
Ebbene, collegando quanto stiamo dicendo adesso a quello schema, apparirà forse più chiaro come all’origine dell’ordinaria impossibilità di afferrare e conoscere allo stesso tempo il soggetto e l’oggetto (che nell’Io reale sono uno) ci sia la separazione del pensare dal volere (ch’è anche la separazione del pensare dal percepire, storicamente testimoniata, ad esempio, dal contrasto tra il razionalismo e l’empirismo).
Rileggiamo, in proposito, questo passo de La filosofia della libertà: “Il pensare non deve mai venir considerato come un’attività puramente soggettiva. Il pensare è al di là di soggetto e oggetto (…) Non è che il soggetto pensi per il fatto di essere soggetto; bensì esso appare a se stesso come soggetto perché ha la facoltà di pensare” (7).
Volete un esempio del pensare che pone dualisticamente il soggetto o l’ego e l’oggetto o il non-ego, giacché ignora che costituiscono, per così dire, il braccio destro e il braccio sinistro dell’Io?
Bene, pensate allora a Cartesio, oppure a Il mondo come volontà e rappresentazione di Schopenhauer (8): quale titolo potrebbe essere infatti più emblematico?
Volete invece un esempio del pensare che opta per il soggetto o l’ego, e non per l’oggetto o il non-ego? Bene, pensate allora all’idealismo, e in specie a Kant: che cos’è, per lui, l’oggetto o il non-ego? E’ la famosa “cosa in sé”, ossia una “cosa” per l’appunto ignota e inconoscibile (“La filosofia critica – scrive Hegel – aveva per vero dire già trasformato la metafisica in logica. Se non che il terrore che essa provava per l’oggetto…) (9).
E ne volete infine uno del pensare che opta all’opposto per l’oggetto o il non-ego, e non per il soggetto o l’ego? In questo caso, non avete che l’imbarazzo della scelta, dal momento che si tratta del pensare che sottende ogni forma di materialismo.
Pensate, per dirne solo una, alla “psicologia comportamentale” (al behaviourismo di John Watson). Stando a questa (ma anche al marxismo), non saremmo altro che il risultato dell’azione che l’ambiente (il mondo esterno) esercita su di noi (in parole povere, un Tizio che avesse avuto le stesse esperienze di Caio, sarebbe Caio, e non Tizio).
Non vi convince? Bene, potete allora optare per quelli che ci considerano il risultato, non dell’azione esercitata su di noi dall’ambiente, ma dell’azione esercitata in noi dall’ereditarietà o dal genoma.
Come vedete, non c’è scampo: in un modo o nell’altro, l’Io (il soggetto) viene sempre oscurato o eliminato.
Ma andiamo avanti. Al dualismo di pensare e volere, e a quello di soggetto e oggetto, possiamo aggiungere quello di mondo interno e mondo esterno. Sul piano del pensare, abbiamo infatti un mondo interno che non ci dice nulla (come dimostra Kant) del mondo esterno (dice Hegel: “… come se noi mettessimo i pensieri come un mezzo fra noi e le cose nel senso che questo mezzo ci escluda fuor delle cose piuttosto che concluderci, o unirci, con esse …) (10), mentre sul piano del volere abbiamo un mondo esterno che non ci dice nulla (come dimostra il materialismo) del mondo interno.
Che cosa fare, allora? Lo abbiamo già detto: trovare “il mondo esterno del mondo interno”, cioè a dire lo spirito.
Riflettete: per quale ragione Kant non è riuscito ad afferrare la “cosa in sé”? Proprio perché questa (il noumeno) non risiede nel mondo interno, cioè nell’anima, bensì nello spirito.
E come passare dal mondo dell’anima al mondo dello spirito? Cominciando col passare – non mi stancherò di ripeterlo – dall’ordinario pensare rappresentativo (morto) a quello immaginativo (vivente).
E’ questo, infatti, il primo passo del cammino indicato da Steiner: di un cammino che, liberando (se percorso seriamente) il mondo interno (animico) dall’ipoteca luciferica e il mondo esterno (fisico) da quella arimanica, ci porta incontro a quell’Io che coniuga il pensare e il volere, il soggetto e l’oggetto, il mondo interno e il mondo esterno, così come il Logos che lo inabita, coniuga il divino e l’umano.
E come si passa dal pensare rappresentativo a quello immaginativo? Lo sappiamo: rafforzando il volere nel pensare.
Ascoltate quanto dice qui Steiner: “Chi passa dal sogno alla veglia sperimenta come nello scorrere delle proprie rappresentazioni entri la volontà, mentre nel sogno è abbandonato senza volontà allo scorrere delle immagini. Ciò che qui avviene in processi inconsci, può essere prodotto su un diverso piano dalla pratica animica cosciente. L’essere umano può portare nell’ordinario pensare cosciente un impiego di volontà più alto di quanto ne sia presente nella consueta esperienza del mondo fisico. Egli può passare dal pensare allo sperimentare il pensare. Nella coscienza ordinaria non viene sperimentato il pensare, ma ciò che viene pensato dal pensare“ (non il pensare, cioè, ma i pensieri) (11).
Rafforzare il volere nel pensare equivale ovviamente a immettere il pensare nel volere, e quindi la luce nella tenebra (dell’ordinario volere dormiente o incosciente).
Chi conosce, ad esempio, Il significato occulto del perdonare, di Sergej Prokofieff (12), sa che nella tenebra non c’è il perdono, bensì ci sono il rancore, l’odio e la vendetta. La capacità del perdono deve essere infatti conquistata, immettendo appunto la luce nella tenebra: una luce che, prima ancora del perdono, genera mitezza e tolleranza.
Qual è dunque la realtà culturale del nostro tempo? E’ una realtà nella quale, da una parte, le scienze cosiddette “umane” (luciferizzate) non sono in grado d’insegnare alcunché sul mondo e, dall’altra, le scienze naturali (arimanizzate) non sono in grado d’insegnare alcunché sull’uomo.
Lasciatemi dire che può apprezzare tutta la grandezza dell’antroposofia solo chi si renda davvero conto di questo.
Ricordate? “Uomo, conosci il mondo e conoscerai te stesso, conosci te stesso e conoscerai il mondo”. E’ solo conoscendo il mondo come uomo e l’uomo come mondo, che si può infatti ritrovare il Cristo.

Domanda: Nello schema, hai posto l’Io al centro, tra l’ego collegato al pensare e il non-ego collegato al volere: l’Io sta dunque nel sentire, dal momento che il sentire sta appunto al centro, tra il pensare e il volere?
Risposta: No. Una cosa è la centralità animica, ossia quella del sentire che sta tra il pensare e il volere, altra la centralità spirituale, ossia quella dell’Io che sta tra il conscio (l’ego) e l’inconscio (il non-ego).
Dice lo Zen: “Dove non c’è destra, dove non c’è sinistra, e dove non c’è centro, là è il centro”.

Note:

1) R.Steiner: Polarità fra durata ed evoluzione nella vita umana – Antroposofica, Milano 2011, vol. I, p. 32;
2) R.Steiner: Le entità spirituali nei corpi celesti e nei regni della natura – Antroposofica, Milano 1985, p. 41;
3) C.Unger: Il linguaggio dell’anima cosciente – Antroposofica, Milano 1970, pp. 136-137;
4) cfr. R.Steiner: Cronaca dell’Akasha – Bocca, Milano 1953;
5) M.Scaligero: Graal – Tilopa, Roma 1982, p. 17;
6) cfr. R.Steiner: L’uomo si esprime nel linguaggio, nel riso e nel pianto – Antroposofica, Milano 1984;
7) R.Steiner: La filosofia della libertà – Antroposofica, Milano 1966, p. 51;
8) cfr. A.Schopenhauer: Il mondo come volontà e rappresentazione – Mursia, Milano 1991;
9) G.W.F.Hegel: Scienza della logica – Laterza, Roma-Bari 1974, vol. I, p. 32;
10) ibid., p. 15;
11) R.Steiner: Enigmi dell’essere umano – Antroposofica, Milano 2006, p. 115;
12) cfr. S.Prokofieff: Il significato occulto del perdonare – Il Capitello del Sole, Venezia 1993.

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Di Lucio Russo
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