Il denaro “sterco del demonio” (1)

I

Al lettore

Papa Francesco, durante la messa mattutina a Casa Santa Marta (1 febbraio 2016), ha detto che il denaro è lo “sterco del diavolo”, che “ammala il pensiero e la fede e ci fa andare per un’altra strada”. Questo ci ha indotto a ripresentare, rielaborato soprattutto nella forma, Il denaro “sterco del demonio” .
Lo pubblichiamo, diviso in più parti, in sostituzione di quello del 21 febbraio 2002 già presente nel nostro “Osservatorio”.

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La lettura de Il denaro “sterco del demonio” (1), di Massimo Fini, ci ha suggerito delle considerazioni che speriamo possano interessare quanti studiano le opere di Rudolf Steiner dedicate alla cosiddetta “questione sociale” e, in particolare, all’economia.

02 Scrive Fini: “La capacità del denaro di crescere come un tumore sul corpo che gli ha dato vita sino a invaderlo completamente, soffocarlo e distruggerlo, deriva dalla sua natura squisitamente tautologica, dalla sua attitudine ad autoalimentarsi, diventando così un fine, un fine ultimo, un fine che non ha altri fini al di fuori di se stesso” (2); “da utile mezzo è diventato fine, da servo si è fatto padrone” (3); ma giunto “al culmine della sua potenza e della sua autoalimentazione tautologica, gonfio e tronfio come la rana della favola, è pronto a esplodere al primo colpo di spillo” (4).
Si presentano qui due differenti problemi: che la quantità del denaro o dei valori nominali attualmente in circolazione superi patologicamente quella dei valori reali (dei beni e dei servizi concretamente disponibili) è un problema economico; che il denaro si sia trasformato da “mezzo” in “fine”, o da “servo” in “padrone”, è invece un problema etico o spirituale.

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Che il denaro rivesta un valore di mezzo o un valore di fine non dipende “dalla sua natura squisitamente tautologica” o “dalla sua attitudine ad autoalimentarsi”, ma dal modo in cui l’uomo vi si relaziona e lo usa. Solo l’uomo può conferirgli un valore di mezzo o di fine. Non perché il denaro non abbia un suo oggettivo valore, ma perché questo può essere, sia mortificato (da soggetti inclini al “pauperismo”), sia esaltato (da soggetti inclini al “consumismo”), sia distorto (da soggetti inclini al “feticismo”).
In tutti questi casi si ha un’alterazione della sana “relazione oggettuale” col denaro (“Il denaro – dice Georg Simmel – è la forma più pura dello strumento”) (5).

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E’ raro, tuttavia, che si parli dell’oggettivo valore spirituale del denaro. Per alcuni, infatti, tale valore è spirituale, ma non oggettivo (quindi soggettivo), per altri, invece, è oggettivo, ma non spirituale (quindi materiale).
Fini osserva che il denaro “ha un valore di scambio senza avere un valore d’uso” (“Io posso essere certamente disposto a scambiare la mia mucca per denaro ma non cambierei mai tutti i beni del mondo con tutto il denaro del mondo. Perché non saprei cosa farmene”) (6) e sottolinea la necessità di distinguere “il denaro, dalla moneta che è il suo supporto materiale” (7).
Simmel chiama il primo “denaro-funzione” e la seconda “denaro-sostanza”. Scrive Gianfranco Poggi (autore di uno studio su La filosofia del denaro di Simmel): “Da una parte il denaro simbolizza qualcosa di tanto astratto quanto un rapporto e questa è la funzione costitutiva del denaro che gli è esclusiva; d’altra parte il denaro si presenta come un oggetto e in quanto tale ha un aspetto sostanziale che lo rende comparabile con altri oggetti e particolarmente con quelli i cui valori economici il denaro stesso permette alla gente di valutare e di trasferire” (8).
Nessuno dei due parla dunque del “denaro-valore”. Ciò dipende dal fatto che si può cogliere la realtà del “denaro-valore” solo se si cessa di proiettarla inconsciamente sulla realtà del “denaro-sostanza” (come fanno i realisti ingenui) o su quella del “denaro-funzione” (come fanno i realisti metafisici).
La realtà del “denaro-valore” è la realtà del “denaro-concetto” o del “denaro-idea” (del concetto o dell’idea del denaro). Per questo sfugge tanto al nominalismo, per così dire, hard di Fini quanto a quello soft di Simmel (scrive Hegel: “Certamente, in tempi moderni, a nessun concetto è andata così male come al concetto stesso, al concetto in sé e per sé”) (9).
Per sperimentare la realtà del “denaro-valore” (dell’essenza del denaro), e non la sola sua manifestazione esistenziale nello spazio (quale sostanza) e nel tempo (quale funzione), occorre sviluppare livelli di coscienza superiori a quello dell’ordinario intelletto. Solo tali livelli (detti, da Steiner, “immaginativo”, “ispirato” e “intuitivo”) permettono infatti di sperimentare, lucidamente, la realtà di quell’essenza (spirituale) del denaro che “risplende fra le tenebre” della coscienza ordinaria (ogni essenza si dà come esperienza noetica al pensare, come esperienza estetica al sentire, come esperienza etica al volere).
Il denaro, afferma Steiner, “è l’espressione, lo strumento, il mezzo di cui si serve lo spirito per intervenire nell’organismo economico basato sulla divisione del lavoro” (10).

05
Il denaro, dice Simmel, “non ha tanto una funzione quanto è una funzione”(11).
Ma è plausibile che si dia una funzione senza un soggetto che la esplichi? No, perché solo un soggetto che è può avere (svolgere) una funzione.
Nel nostro caso, il soggetto è il denaro-valore; il denaro-funzione media invece tra il denaro-valore e il denaro-sostanza: media, cioè, tra il mondo superiore dell’idea o della qualità e quello inferiore della materia o della quantità.
La sostanza materiale può avere un valore, ma il valore non può avere una sostanza materiale (per questo l’intelletto, incapace di sperimentare la sostanza spirituale, lo giudica “astratto”). Anche il denaro-funzione può avere un valore, ma non una sostanza materiale.
Allo stesso modo del tempo, che media tra la realtà sovrasensibile dell’idea e quella sensibile dello spazio, il denaro-funzione media, in forma sensibile-sovrasensibile, tra la realtà del denaro-valore e quella del denaro-sostanza (sarebbe più corretto dire, perciò, non che “il tempo è denaro”, ma che “il denaro è tempo”).
L’idea, raggiando come un Sole, rende partecipi della sua luce tanto la funzione che la sostanza. Quando una moneta non ha più corso legale, il suo valore tramonta sull’orizzonte economico, ma risorge, prima o poi, su quello numismatico (stesso destino hanno tutti quegli oggetti il cui valore, dopo essere diminuito di pari passo con il loro invecchiamento, torna poi a rivivere nel campo del modernariato o dell’antiquariato).
Le realtà illuminate nel tempo e nello spazio dal valore sono mutevoli, mentre immutabile è la realtà del valore (come immutabile è lo spirito umano, chiamato a dare giusto valore all’anima, alla vita e al corpo e a tutto quanto lo circonda).
Simmel si dice convinto (secondo quanto riferisce Poggi) che “il primo tema di grande significato della vicenda storica del denaro” sia costituito dalla relazione del denaro-sostanza col denaro-funzione (12); noi siamo invece convinti (alla luce, s’intende, della scienza dello spirito) che “il primo tema” di tale vicenda sia costituito dall’interrelazione di tre fattori: quello spirituale o culturale, quello giuridico e quello economico.

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Com’è impossibile comprendere il fenomeno-denaro se si prescinde dalla realtà economica, così è impossibile comprendere la realtà economica se si prescinde dalla realtà giuridica e da quella culturale: se si prescinde, cioè, dalla realtà dell’organismo sociale.
Potremmo capire l’attività del cuore se la isolassimo da quella del sistema circolatorio? E potremmo capire l’attività del sistema circolatorio se la isolassimo da quella del sistema metabolico e da quella del sistema neurosensoriale: se la isolassimo, cioè, dalla realtà dell’organismo umano?
L’esempio non è casuale. Come l’attività metabolica è deputata, nell’organismo umano, ad assicurare il ricambio (ossia l’insieme di quelle trasformazioni chimiche che rendono possibile la conservazione, l’attività e il rinnovamento dei tessuti), così la vita economica è deputata, nell’organismo sociale, ad assicurare lo scambio. L’idea del denaro è nata e si è sviluppata per facilitare appunto lo scambio.
Scrive Simmel: “Se ogni traffico economico si basa sul fatto che io voglio avere qualcosa che per il momento si trova in possesso di un altro e che questi mi cede se gli do in cambio qualcosa che possiedo e che egli vuole avere, è anche evidente che in questo processo bilaterale l’elemento nominato per ultimo non si presenterà sempre quando appare il primo. Infinite volte desidererò l’oggetto a che si trova in possesso di A, mentre l’oggetto o la prestazione b, che cederei volentieri in cambio, è del tutto priva di interesse per A; oppure i beni offerti reciprocamente sono oggetto del desiderio di entrambe le parti, ma non è possibile raggiungere immediatamente un accordo sulle quantità in cui reciprocamente si corrispondono. Perciò, per raggiungere il massimo grado di realizzazione dei nostri fini è di estremo valore che venga introdotto nella catena dei fini un elemento intermedio, in cui si possa convertire b in ogni momento e che, a sua volta, possa nella stessa misura convertirsi in a, pressappoco come qualunque tipo di forza – quella dell’acqua che cade, del gas riscaldato, della pala di un mulino spinta dal vento – se condotta ad una dinamo, può essere convertita in qualsiasi forma di forza. Il mezzo di scambio universalmente riconosciuto diventa il punto di passaggio di ogni transazione onerosa bilaterale. Esso si rivela, come negli esempi suddetti, un ampliamento dell’agire finalizzato, proprio perché è un mezzo per ottenere in modo indiretto e mediante una pubblica istituzione oggetti desiderati, ma irraggiungibili da ogni sforzo rivolto direttamente ad essi. Come i miei pensieri devono assumere la forma della lingua compresa da tutti, per favorire, attraverso questa via indiretta, i miei scopi pratici, così le mie azioni o i miei averi devono giungere alla forma del valore monetario per servire alla prosecuzione della mia volontà” (13).

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Il fenomeno economico fondamentale è costituito, secondo Simmel, non dalla produzione, ma dallo scambio. Ritiene infatti “economica” solo quell’azione che “comporta il confronto tra due cose (o due condizioni o due attività) ciascuna delle quali possiede un valore in se stessa, ma in circostanze in cui non è possibile possedere o fruire di entrambi i valori per un determinato soggetto, di modo che questi deve privarsi del possesso o della fruizione di un oggetto, per assicurarsi il possesso o la fruizione dell’altro” (14) […] “Il fatto che una cosa valga qualcosa in termini puramente economici, significa che per me essa vale qualcosa, cioè che io sono disposto a rinunciare a qualcosa per acquisirla” (15).
Anche Steiner sostiene che “il problema economico sorge per l’uomo non appena egli abbia qualcosa da vendere o da comprare”.
Quando vi sia “qualcosa da vendere o da comprare”, nasce il problema del prezzo: ossia quello “in cui devono sfociare – come dice Steiner – i più importanti problemi economici, poiché nel prezzo culminano tutte le forze, tutti gli impulsi attivi nell’economia” (16).

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