20/06/2017

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Riguardo al contrasto tra la logica della filosofia antica e quella della filosofia moderna, Giovanni Gentile scrive: “Il logo della logica antica, con grande rigore sistematico trattato nell’Organo aristotelico, è un logo naturalisticamente inteso, astratto antecedente del conoscere […]Fiat voluntas tua, dice invece la nuova preghiera; poiché comincia a vedersi che questa volontà non è già fatta, non è quella natura che, come presupposto dello spirito è un factum. Ora la volontà divina deve farsi, e farsi in terra come in cielo; farsi nella volontà umana. Il mondo pertanto non è più quello che c’è, ma quello che ci dev’essere; non quello che troviamo, ma quello che lasceremo: quello che nasce in quanto con l’energia del nostro spirito lo facciamo nascere. Questo nuovo spirito, di cui si desta viva la coscienza, non è più intelletto, ma volere […] Alla conoscenza intellettualistica contemplativa, che era ad Aristotele la cima più alta dell’ascensione spirituale, sottentra una conoscenza nuova, attiva, operativa, creatrice del suo oggetto, cioè di se medesima nel suo spirituale valore” (*).
E’ davvero un bel passo. C’è però da osservare che la forma del mondo “che nasce in quanto con l’energia del nostro spirito lo facciamo nascere” dipende dal pensare, non dal volere (dipende dal pensare che il “mondo che nasce” sia migliore, e non peggiore, di quello precedente).
(Scrive Berdjaev: “Troppo spesso nella storia il movimento in avanti delle rivoluzioni è stato un movimento illusorio. In realtà era un movimento all’indietro, ossia un’intrusione dell’oscurità caotica che risucchia in basso nel cosmo sociale che era andato formandosi nel processo creativo della storia” [**].)
“Una conoscenza nuova, attiva, operativa, creatrice del suo oggetto, cioè di se medesima nel suo spirituale valore” non può perciò essere che un “pensare nuovo”, in tanto attivo, operativo e creatore del suo oggetto, in quanto vivificato internamente dal volere: in quanto, ossia, immaginativo, e non rappresentativo.
In altre parole, ciò che “non è più intelletto” non deve essere un semplice “volere”, bensì un “volere nel pensare”, e quindi un grado di coscienza superiore a quello della coscienza ordinaria (***).
Affermando, come fa Gentile, che il nuovo spirito “non è più intelletto, ma volere” vi è dunque il rischio di una involuzione del pensare e della coscienza, e non di una loro evoluzione: vi è il rischio, cioè, di passare, naturalisticamente, dall’intellettualismo della testa al volontarismo della pancia (tutt’altro che “divino”).
Resosi conto di questo, Croce così scrisse a Gentile: “Io desidererei soltanto che tu acquistassi la consapevolezza, che ho purtroppo acquistato io, della morbosissima condizione d’animo della più parte dei giovani, diversi assai da quel che noi eravamo al tempo della nostra giovinezza. Vedi: anche del tuo idealismo attuale si valgono ora per fare il comodaccio loro […] Sapevo che della tua formula si sarebbero subito serviti per non pensare più” (****).

(*) G.Gentile: Sistema di logica come teoria del conoscere – Sansoni, Firenze 1955, vol. I, pp. 31 e 33-34).
(**) N.Berdjaev: Lettere ai miei nemici. Filosofia della disuguaglianza – La Casa di Matriona, Milano 2014, p. 131.
(***)cfr. R.Steiner: I gradi della conoscenza superiore in Sulla via dell’iniziazione – Antroposofica, Milano 1977.
(****) J.Jacobelli: Croce-Gentile. Dal sodalizio al dramma – Rizzoli, Milano 1989, p. 111. Vedi pure Giovanni Gentile e La filosofia della libertà, 14 febbraio 2002.

Di Lucio Russo
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